recensioni


SUICIDE


Fra i complessi della new wave, i Suicide, pur avendo realizzato un solo grande album, si sono ritagliati un posto di rilievo, in virtù di brani laceranti e di forte impatto sonoro.


Il loro nome rievoca una temperie musicale senza limiti, un sound impietoso e violento, che erige un magma sonoro insondabile, ma solo in apparenza.


Superato il primo impatto, infatti, s’indovinano melodie blues rilette in chiave punk ed elettronica.


Proprio dal blues partiva l’avventura sonora del duo newyorkese. L’innovazione tecnologica permetteva ai due di realizzare un’opera post-industriale e metropolitana, con stilemi mutuati dai Velvet Underground , ma anche dal rock and roll classico.


Tuttavia, occorre segnalare che la loro avventura di suoni non si sarebbe realizzata senza l’intevento precedente delle grandi band del kraut-rock ( Can , Amon Duul II e, soprattutto Faust), che, neglette ed elitarie, all’elettronica avevano dato dignità e carica sperimentale.


Carica sperimentale che manca quasi del tutto nel duo newyorkese. Troppo impegnati in evocazioni ed ossessioni esistenziali e brutali, si limitavano a richiamare quanto già fosse stato fatto, creando una commistione interessante ma limitativa.


Né si può negare che il suono abbia troppi punti di partenza e di arrivo precostituiti. Così, dalle spettrali Rocket USA e Ghost Rider, si passa alle melliflue ed inquietanti Cheree e Johnny, col valore aggiunto dell’elegiaca Che, anticipata dall’orgia sonora alla Velvet Underground di Frankie Teardrop. I Remeber è forse il brano che più di altri si richiama al kraut-rock. Appare una rilettura di Just A Second dei Faust.


Le successive prove dei Suicide saranno di una mediocrità addirittura imbarazzante, tanto per confermare, come nel caso dei Pere Ubu e dei Television , il calo d’ispirazione al quale siano state soggette le band della new wave.



DISCOGRAFIA CONSIGLIATA


· Suicide (1977) *** ½



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