recensioni


VELVET UNDERGROUND


I Velvet Underground sono stati la massima espressione creativa che il rock abbia offerto, nonché il complesso più influente della storia.


Pur avendo realizzato solo quattro album la loro importanza storica è enorme, si riscontrano tracce della loro forma compositiva in tutti i gruppi successivi, che, in taluni casi (Television Suicide), hanno, di fatto, ripreso gli stessi giri armonici della band newyorkese. Nonostante ciò il loro insuccesso fu leggendario – inversamente proporzionale con la loro importanza.


E la loro importanza fu dovuta, principalmente, alle stesse origini che attingevano, ad un tempo, dal free jazz ( European Son), dalle avanguardie ( Venus In Furs, Heroin),e, in misura minore, dal rock n’ roll (I’m Waiting For The Man). A ciò doveva però essere aggiunta una visione sperimentale che finiva per rendere ancor più originale tale edificio e che si compendiava nell’assoluta ricerca della distorsione, della dissonanza, del feedback , a scapito della melodia ( Sister Ray). Nonostante ciò la stessa melodia finiva per essere presente, ma violentata alla base da un impianto musicale rumoristico e cacofonico che troverà non pochi epigoni.



Il primo disco fu realizzato nel 1966, e pubblicato, fra l’indifferenza generale, nel 1967. Già dal primo ascolto può essere desunto quello che il complesso vuole realizzare: un’opera che, partendo dal free jazz, deturpa la melodia, viaggiando fra il rock e la musica d’avanguardia, fra assoli di puro rumore, distorsioni, baccanali. Il carattere orgiastico-sonoro sta tutto in questo. E si passa dal carillon di Sunday Morning, sospesa fra delicate melodie alla marziale I’m Waiting For The Man, sino a Femme Fatale, solo apparentemente melodica, perché sospesa in una serie di dissonanze, progressioni e regressioni. Il brano successivo, la cacofonica Venus In Furs , completa questo quadro con una serie di distorsioni di pianoforte e il suono della viola, anch’esso distorto, che da una sensazione di girone infernale. L’apice di creatività viene però raggiunto con All Tomorrow’s Parties , il più grande brano d’ogni tempo. In questo caso viola e chitarra dialogano con una serie di frasi musicali che non giungono a conclusione. E’ un’autentica dichiarazione d’intenti generazionale, che, nella successiva, raggelante poesia Heroin (forse il massimo poema sulla morte dello scorso secolo), fa da contrappunto, con una fase centrale completamente priva di ogni melodia. In questi due brani s’intende il vero significato del disco: la non conclusività e il baccanale infernale-cacofonico che pare coprire ogni altro pensiero per insinuarsi nella mente dell’ascoltatore.


Altri brani di rilievo sono il madrigale demoniaco Black Angel’s Death Song , caratterizzata da una forte distorsione di violini, che anticipa il free-rock-jazz di European Son .


Nel disco successivo, la band appare approfondire gli sperimentalismi e realizza un brano – Sister Ray – che coi suoi 18 minuti di distorsioni e dissonanze appare come la summa della loro arte, quantunque non privo di una certa autoindulgenza, e, pertanto, non possa essere ritenuto al livello del predecessore, mentre, nei dischi successivi si osserva un clima più pacato, quasi melodico ( Pale Blue Eyes ), non privo di inseri folk ( Jesus, That’s History Of My Life ), senza dimenticare gli sperimentalismi di un tempo ( The Murder Mistery ), che non consente, comunque, al complesso di giungere ad un successo commerciale.


L’eredità della band è stata raccolta dai gruppi della new wave, che scelsero i Velvet Underground quali loro maestri, ma la loro importanza resterà imperitura, in special modo per aver creato, con le loro dissonanze, un nuovo idioma musicale, che distaccandosi dalla pochezza compositiva del rock ed affrancandosi dal puro free-jazz, ha contribuito non poco a dare dignità alla musica bianca.


DISCOGRAFIA CONSIGLIATA


Velvet Underground & Nico (1967) *****


White Light White Heat (1967) *** 1/2


Velvet Underground (1969) ***


Loaded (1970) ** ½



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