recensioni


CAN


La band tedesca si forma a Colonia sul finire degli anni ’60. L’idea è quella di creare una commistione fra la musica classica d’avanguardia – i fondatori erano allievi di Stockhausen – e l’acid rock. Di fatto, il punto di partenza era costituito dai Velvet Underground.


Come era tipico delle avanguardie tedesche la musica assume le forme di jam free-form, lunghe e dilatate, con inserti elettronici. Non c’era traccia di alcuna autoindulgenza, la sperimentazione è estrema, non priva di asperità.


L’idea di vendere dischi non sembrava essere la massima preoccupazione dei musicisti teutonici. Il loro intento era di superare i confini fra musica classica, free-jazz e musica rock.



Il completamento di questo ambizioso edificio sarà realizzato nel 1971, con la realizzazione dell’epocale Tago Mago, uno dei massimi capolavori di sempre. Intriso di misticismo orientale, con calibrate aperture melodiche, unite a distorsioni e musica elettronica, il disco si afferma come fonte d’ispirazione di tutta la musica seguente. Il centro di gravità della loro musica era costituito dal pulsare estremo ed ininterrotto della batteria, che conferiva al loro sound un andamento violento ed intenso. Il batterista Liebezit, a ragione, può essere considerato il più grande della storia del rock. Il canto-non canto del vocalist giapponese Suzuki creava invece un crisma di spiritualità ambigua. La principale – evidente – lacuna di fondo della band era costituita da una confusione di ruoli e da una tendenza all’improvvisazione che si traduceva, sovente, in un’egomaniaca tendenza degli esecutori ad interminabili happening strumentali. Il problema è che spesso, nel tentativo di creare rock free-form, si ricadeva in un’autoindulgenza al rovescio, che sembrava mascherare un disegno musicale poco nitido. In questo, i Can avevano non poche similitudini con gli Amon Duul II, al contrario dei Faust, che nelle loro grottesche ed ipersperimentali jam non perdevano per un istante la coerenza.


L’album si apre con Paperhouse. E’ una ballata tutto sommato melodica, struggente ma distorta, valorizzata dal canto quasi recitato di Suzuki. Le lacune si presentano al momento dei fraseggi musicali, nei quali, il tentativo d imitazione di Velvet Underground scade, spesso e volentieri, in un rock-blues un po’ manierato alla Doors.


Mushroom è una suite seminale, in cui può essere apprezzato il canto fuori dagli schemi, ma, soprattutto, l’incredibile struttura ritmica di Liebezeit, che, con questo pezzo potrebbe candidarsi a miglior batterista di ogni tempo. Anche in tal caso, il difetto è dato da una composizione un po’ prolissa e confusa.


Il terzo brano – Oh Yeah– riprende la falsariga di Paperhouse , accentuandone gli schemi e le distorsioni. Introdotto magistralmente dalla batteria di Liebezit, il cui pulsare ossessivo caratterizza e tiene in piedi l’intero lavoro, offre una variante più coerente al primo brano.


In Halleluhwah, un brano fondamentale per le generazioni seguenti, si assiste ad un primo tentativo di commistioni fra la musica funk ed il rock europeo. In verità, la lunghezza e una certa prolissità, non aiutano ad apprezzare appieno la lunga jam strumentale, che rimane, comunque, unica nel suo genere.


La successiva Aumgn è il brano teutonico per eccellenza, un magma sonoro pressoché insondabile, vicino agli esperimenti di certa musica colta elettronica. Il finale di batteria – magistralmente eseguito da Liebezit – è il valore aggiunto del brano. Segue Peking O., sulla falsariga della precedente, ma più grottesca, quasi umana nel suono. La conclusiva Bring Me Coffee Or Tea è una danza corale tutto sommato ininfluente.


Ovviamente, l’ermetismo del disco non aiuterà la sua commercializzazione. L’assoluta compostezza, unita alle infinite innovazioni, per quei tempi, renderà incompresibile l’esperimento dei Can. Oggi se ne incoraggia la riscoperta, ma gran parte delle trovate di questo disco non possono avere ancora un nome, poiché non si è ancora trovato un epigone, capace di rendere più accessibile il loro suono.


L’intera new wave deve molto a questo capolavoro. In fin dei conti, si potrebbe affermare che sia stato un tentativo di umanizzare, ma, in fondo, anche di migliorare, questo capostipite generazionale. Gli echi di Paperhouse e Oh Yeah si sentono nei Television, i Suicide hanno fatto versioni ben più rilassate di Aumgn, i Pere Ubu e Talking Heads – con le loro basi funky – hanno ripreso il discorso interrotto da Halleluhwah . Di fatto, si tratta di versioni più brevi e rilassate, composte, dei tentativi di rivedere e correggere, semplificandone il discorso ed eliminando certe asperità, la produzione dei Can.


Che poi, spesso, i Can ricadessero nelle spire di psichedelie confuse, che il loro sound finisse per diventare troppo aspro, lo si doveva all’eccessiva incapacità di rileggere il contingente che avevano i gruppi tedeschi dell’epoca. Non era, in fondo, una lacuna, ma una caratteristica. I Can, (come i Faust o i Neu!) e la loro musica dovevano essere presi per quel che erano, una band di musica sperimentale che discuteva sui massimi sistemi.


Ege Bamyasi, dell’anno successivo, conserva gran parte delle trovate rumoristiche dei Can, ma perde il lato onirico-trascendentale, sostituito da un più rasserenante (per modo di dire) rock psichedelico dilatato, non privo di aperture melodiche. Il brano Phinch, riprende in gran parte le ballad del disco precedente, con la chitarra che perde consistenza, mentre, al solito, il vocalist Suzuki si avvicina sin troppo a Lou Reed. Verrebbe sovente da chiedersi che cosa sarebbero stati i Can senza l’apporto del batterista Liebezeit.


Nel 1973, nell’infinitamente più autoindulgente Future Days, i suoni elettronici hanno il predominio, ma si perde gran parte della carica espressiva e sperimentale degli inizi, quando non si scade nel pop da classifica (Moonshake).


Ridimensionati nell’organico, i Can non saranno più capaci di raggiungere i picchi artistici Tago Mago e cadranno lentamente nell’oblìo.


DISCOGRAFIA CONSIGLIATA


Tago Mago (1971) ****


Ege Bamyasi (1972) ***


Future Days (1973) ** ½



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