recensioni


BIG BLACK-RAPEMAN-SHELLAC


Oltre che produttore di gran parte dei gruppi cardine dell’alternative americano anni ’90 (Slint, Pixies, Dirty Three), Steve Albini ne è stato anche il principale ispiratore. Senza la sua cifra stilistica, il chitarrismo più distorto e dissonante, quasi la figura ipostatizzata della musique concrete dell’industrial, il batterismo da drum-machine ormai svuotato di qualsiasi emozione (da far quasi rimpiangere gli Swans prima maniera), un andamento sepolcrale, gretto, malato, metallico, metropolitano, gran parte dei capolavori degli anni ’90 sarebbero stati persino inimmaginabili.


Verso la metà degli anni ’80 prende corpo il progetto Big Black, caratterizzato dalle cadenze ossessive di una musica cingolata, iper-ritmata, dilaniata dal chitarrismo metallico di Albini. In Hammer Party il conciliabolo di voci di Pigeon Kill si affianca alle scosse telluriche in stile heavy-metal, con l’aggiunta del dark catacombale dei Joy Division di Jump The Climb. Texas è un funk robotica ultra devoluto, con pulsare maligno di una batteria senza vita, Cables è altrettanto robotica e sferzante. I prodromi dell’era Slint possono essere avvertiti in I'm A Mess, con voce declamante e ritmiche ossessive.


Racer X (con Ugly American), inevitabilmente, indugia sin troppo nelle istanze del lavoro precedente e appare piuttosto un lavoro interlocutorio.


L’affrancarsi dal batterismo iper-ritmato degli esordi, dal cingolato, talvolta, ma non necessariamente, di maniera, per accogliere appieno le istanze di un chitarrismo brutale e metallico, fatto di autentiche sferzate, spesso uguali fra loro, ma diverse nella prospettiva, costituisce la rivoluzione della musica dei Big Black e fa di Atomizer, del 1986, uno dei massimi capolavori del rock. Il clima è più che mai malato e anfetaminico, notturno e impietoso. Jordan, Minnesota è iperitmata, tribale, dilaniata da riff sferzanti, intorno ai quali deambula il cadavere della voce di Albini. Passing Complexion è il capolavoro nel capolavoro, indescrivibile nel suo andamento concreto di rumori vari e assortiti, dominata da cambi di tempo che rinnovano l’attesa, mentre rinasce in un’ottica nuova, fra il ritmo cingolato e un unico eco indistinto. Big Money si scatena nell’epilessi tonante e ritmica, non prima di aver seminato il panico con il suo senso di attesa e il suo compendio di distorsioni.


La più articolata Kerosene è l’altro capolavoro. A parte riprendere il concetto di attesa (dal quale forse prenderanno le mosse gli Slint), appare come un terrificante conglomerato di riff all’ennesima potenza, rumori metallici, suoni casuali. Non meno influente per gli Slint sarà il canto filtrato di Bad Houses.


Il pezzo più sperimentale è Fists Of Love. Un tappeto di manipolazioni nascondono un unico suono che cambia di continuo ottica, prima di perdersi nel nulla. Stinking Drunk è una variante sullo stesso tema, fortemente riprese dal minimalismo di Branca. Bazooka Joe è iperitmata, colma di strali terribili, mutuati dall’heavy-metal, ma mostra nel contempo le straordinarie doti di arrangiatore di Albini.


Dell’anno successivo è Songs About Fucking. I brani sono cpatten violenti, ma piuttosto manierati (L DOPA, Precious Thing, Colombian Necktie).


Chiuso il capitolo Big Black, si apre quello Rapeman. Two Nuns And A Pack Mule, del 1989 chiude il decennio con diluvi di distorsioni (il crescendo spasmodico, il senso di attesa di Kim Gordon’s Panties, atto di accusa verso i Sonic Youth, band alternativa che si è venduta alle major). In Steak And Black Onions il riff di Kerosene si è fatto eterno, ma la musica assai meno meccanica, vive di nuove forme di spigolosità. Coition Ignition Mission muta stilemi alla centralità della chitarra, affastellata dai più improbabili eventi sonori. Accanto a tutte queste sperimentazioni rimane la scorza di un rock duro, alla Black Sabbath o Led Zeppelin o finanche Rolling Stones. Il brano più vicino al portato dei Big Black è indubbiamente Radar Love Lizard dominato dalla percussività di tutto l’insieme. Più vicina agli stereotipi del genere sono Marmoset, vicina all’heavy più sfrenato, Just Got Paid, che di fatto è un blues e Up Beat un trash a rotta di collo.


Gli Shellac sono il terzo capitolo della saga. Non è musica facile. Gli istinti brutali e meccanici dei Big Black, attraverso la pseudo-catarsi dei Rapeman, sono diventati raffinati esercizi intellettuali. At Action Park è un disco del 1994, quando ormai il post-rock aveva fatto proseliti e inevitabilmente risente di queste istanze. I brani alternano le scariche telluriche del primo Albini con il sound ragionato di Slint e Don Caballero. In particolare, My Black Ass, con batteria furente e struttura aperta, The Admiral, microstruttura monocorde con minime variazioni di prospettiva, la più variegata Songs Of The Mineral e la sincopata Dog And Pony Show sono le tracce più profonde. Interessante è anche Boche’s Dick con quei cupi rimbombi di basso e Porno Star brani dark alla Joy Division aggiornati al duemila. 1000 Hurts, del 2000, nonostante una certa stanchezza, mantiene comunque un certo fascino.


DISCOGRAFIA


BIG BLACK: Hammer Party (1986) ***


BIG BLACK: Racer-X (1986) ***


BIG BLACK: Atomizer (1986) ****


BIG BLACK: Songs About Fucking (1987) ***


RAPEMAN: Two Nuns And A Pack Mule (1989) *** ½


SHELLAC: At Action Park (1994) *** ½


SHELLAC: 1000 Hurts (2000) ***