recensioni


SLINT


Gli Slint sono stati la più geniale band americana affermatasi a cavallo degli anni ’80 e ‘90. Breve ma significativa, la loro carriera diede alla luce due soli dischi, il secondo dei quali, Spiderland, del 1991, può, a ragione, essere definito uno dei massimi capolavori di sempre.


Contesi fra un post-hardcore e certe tinte blueseggianti, ma, non di meno, psichedeliche, gli Slint, con Tweez, del 1989, sperimentano un genere nuovo, nel quale il ritmo e i cambi di tempo la fanno da padrone. In verità il disco segna il passaggio, nella storia del rock, dalla rappresentazione all’astrazione. I suoni sono oscuri, intrisi di una carica celebrale straordinaria, ricollegabile soltanto a certi album del krautrock, ma le partiture si richiamano a quelle dei Big Black. Il viaggio all’interno della psiche, o dello spirito, o della sensazione, ricorre in tutto l’album, infatti, nessun brano spicca sul successivo. I brani più interessanti sono Nan Ding sussurrata e con frasi musicali insistenti e Darlenecon la sua ragionata introduzione. Il rumorismo di Carol e il ritmo cadenzato di Kent fanno da contrappunto al moto circolare di Charlotte. Rhoda è uno strumentale che sfrutta la forza propulsiva (l’idea verrà ripresa in seguito dai June of 44), con la batteria che batte insuperata, prima del consueto, straziato slancio emotivo.


Spiderland, risulta essere meno rivoluzionario, ma più maturo. Il suono degli Slint diviene quali umano, le cadenze e i ritmi si riavvicinano all’hardcore. Il viaggio nei meandri della psiche di Tweez non sembra aver lasciato strascichi. I picchi creativi vengono raggiunti coi primi due brani. Breadcrumb Trail è un blues trasfigurato, una sorta di evoluzione della psichedelia, suonata con aria di sufficienza. L’impatto è incredibilmente innovativo perché la partitura si basa su un controtempo e lascia stupefatta per i voluti e contraddittori contrappunti. Il brano passa da cadenze hardcore ad altre puramente amelodiche, procedendo per strattoni, insinuandosi negli abissi del suono, talvolta incrinandosi verso il noise, talvolta elucubrano sulle note e frasi più minute. Sempre sull’orlo della disperazione. La successiva Don Aman conferma la regola e sembra dimostrare, una volta di più, la cifra stilistica della band: la ricerca di qualcosa di ignoto, attraverso fraseggi di chitarra volutamente trascurati.


Washer è una lenta litanìa per fantasmi, una danza monocorde e lasciva, forse lontana parente dei Pere Ubu (Over My Head, Sentimental Journey). Dopo una serie di accordi sofferti, il canto inaugura le lente danze, di tempo in tempo intervallate da assoli eleganti e da archi malinconici. Le melodie si interrompono ma irrompono nuovamente in un movimento sicuramente non antitetico (ciò che lo rende il brano più accessibile del disco).


For Dinner… , una variante malinconica sullo stesso tema, un’anticipazione dello slo-core , anche se sarebbe riduttivo incardinare la musica degli Slint in questo o in quel genere. Nel brano si assiste ad una rivoluzione del minimalismo o del concetto di “monocorde”. In pratica, nei suoi circa cinque minuti di durata non avviene niente. Le note si accavallano le une sulle altre, si affastellano sino a creare un movimento indipendente, un coacervo di suoni indipendenti gli uni dagli altri. Nessuna nota prevale sulla successiva, al punto che è difficile indovinare un vero e proprio svolgimento logico al suo interno. Dopo uno sviluppo musicale, il discorso si sfilaccia in una serie di frammenti, ciò che viene faticosamente costruito crolla sotto contrappunti impalpabili, diversi nella forma, ma non nella sostanza, rispetto a quelli di Breadcrumb Trail.


Nosferatu Man , invece, è il brano in cui si ripresenta, nudo e crudo, l’hardcore, punto di partenza di questa band. Good Morning Capitain procede per dicotomie, con il canto tagliente e mormorato, con un tappeto do percussioni imponente, per poi esplodere in una potente fuga di hardcore sulla falsariga di Breadcrumb Trail, alla quale seguono virtuosismi di basso in stile progressive. Prima delle impennate di hardcore le chitarre sibilano pericolosamente, ma una nuova pausa di silenzio raggelante anticipa il lavorio indistinto di batteria (forse la migliore dagli anni ’80 in poi, in diretta concorrenza con quella dei Can, della quale del resto riprende lo stile), sino al finale ridondante con il canto a rinverdire quello degli Squirrel Bait, in un tripudio di distorsioni e cacofonie.


Good Morning Captain è il brano definitivo degli Slint, quello che riesce a far convivere il batterismo da drum-machine dei Can, con le libere istanze del tardo-progressive dei Pink Floyd, le ridondanti allucinazioni psicotiche di Brian Eno e deiRoxy Music con la foga degli Squirrel Bait o degli Husker Du o dei Butthole Surfers o persino dei Pixies , passando per le raffinatezze stilistiche di un Tom Waits con l’onnipresente drammaticità dei Pere Ubu sempre in agguato.


In un certo senso, ciò che in Tweez era una microstruttura, in Spiderland diventa un macroprogetto. Nei loro brani maggiori realizzano una dinamica che in Tweez aveva bisogno di più tempo e di una maggiore selvaggia sperimentazione per incarnarsi. Costruendo il proprio edificio di musica sperimentale con i mattoni del più convenzionale dei generi musicali, gli Slint hanno trasfigurato la musica rock e compiuto uno dei più iconoclasti progetti di sempre.


Un EP di qualche anno fa racchiude due pezzi realizzati ai tempi di Tweez. Glenn contiene in nuce gli elementi che caratterizzeranno gli Slint. Lo svolgimento drammatico dei temi, l’insuperato lavorio delle percussioni, in questo caso fortemente meccaniche.


Dopo lo scioglimento, i componenti degli Slint daranno luogo a diverse interessanti formazioni. Fra queste gli Aerial M e i For Carnation .


DISCOGRAFIA CONSIGLIATA


· Tweez (1989) ****


Spiderland (1991) *****