recensioni


HENRY COW


Gli Henry Cow hanno costituito nel corso degli anni 70 la terza via fra il jazz-rock dei Soft Machine e il movimento progressive. Tuttavia, la musica dei Henry Cow si distingueva per un gusto tutto zappiano delle strumentazioni. Solo a tratti, purtroppo, la commistione fra generi ha dato risultati compiuti.


Datato 1973, il loro album d’esordio, Leg End, soffre di una certa ripetitività, ma presenta in nuce gran parte delle idee che costituiranno gli album maggiori. Si passa con disinvoltura dall’incipit proto-Hassell di Nine Funerals Of The Citizen King, che poi esplode in un tripudio di fiati e di droni minacciosi, che trovano, probabilmente, come miglior referente i King Crimson di In The Court Of The Crimson King. Il pezzo, in seguito, scade in un canto melodico alla Genesis che non brilla certo per originalità.


Sicuramente mutuato dai Soft Machine è il sound jazz-rock di Nirvana For Mice, coi fiati scatenati a dettare il tema, indubbiamente melodico. Con un cambio di tempo repentino, i fiati dialogano coi bassi in un continuo affastellarsi di frasi musicali che col minaccioso impeto del brano precedentemente citato hanno ben poco da spartire. La musica degli Henry Cow – cervellotica ma intellegibile – passa da fuoco all’aria come solo pochi sanno fare.


In Teenbeat Reprise si assiste ad un dialogo fra lo strumento elettrico e i fiati, mentre un maligno pianoforte – forse ripreso da To Caravan And Brother Jim di Robert Wyatt – fa da sottofondo (quasi subliminale) e le percussioni battono il tempo in maniera forsennata.


DISCOGRAFIA


Leg End (1973) *** ½