recensioni


DIRTY THREE


Con lunghe jam ipnotiche e stranianti, i Dirty Three, nel corso degli anni ’90, hanno coniato magistralmente nuovi stilemi musicali.


Dopo gli inizi caratterizzati da commistioni musicali azzeccate e concettuali, con Ocean Song, il progetto appare asservito ad un disegno corale, che trascende i generi, per catapultarsi in un mondo sottratto finalmente alle contingenze.


In effetti, confrontare Ocean Song con gli album precedenti dei Dirty Three significa considerare in nuce quella che è stata la loro vera cifra stilistica, ma, ad un tempo, significa trascurarne determinate trovate strumentali, assolutamente sui generis.


Dirty Three, del 1995, presenta il brano manifesto Dirty Equation, partiture matematiche e suono sporco, al confine del noise, ricco di feedback e di distorsioni. Last Night è un altro brano manifesto della loro malinconica capacità di creare vertiginose progressioni o stagnanti litanie. Altro brano molto interessante è Everything Fucked che tende un po’ a mediare fra queste istanze.


Horse Stories, con la sua I Remember A Time When Once You Use To Love, che, fra a accenni etnici, romanticismi corali, feedback e richiami al noise (con momenti di puro rumore in stile Velvet Underground ), conferma la statura della band australiana. Seguire il violino di 1000 Miles significa addentrarsi in un viaggio per una strada lunga e dritta, intervallata forse d aqualche curva nei suoi picchi corali; Sue’s Last Ride e Red appaiono piuttosto autoindulgenti nelle loro farneticazioni umoristiche. Hope, ritrova il valore aggiunto del miglior violino di Ellis. L’album è notevole laddove è protagonista il violino, perde colpi nei suoi tentativi di sposare il rumore alla meditazione quasi mantra. Forse è il disco meno di gruppo dei Dirty Three, ma è stato quello che ha consacrato Ellis fuoriclasse del violino. Ne è un esempio At The Bar, dominata letteralmente dall’intro di Ellis, capace ormai di dar vita allo stato d’animo. In Horse si segnala peraltro la buona prova della sezione ritmica. Altro brano pregevole è Warren’s Lament, trasposizione in note di una sconfitta esistenziale, col violino che sembra davvero urlare agonizzante.


Il dilatarsi dei suoni, accompagnandosi al minimalismo insito in questa musica conferisce all’opera il suo valore aggiunto, una peculiarità nuova, che supera anche i tentativi dei coevi Black Tape For A Blue Girl , poiché, ancor prima che austera questa musica è sentimento, ma non viceversa e dalle immagini che si irradiano dal suono il risultato – quantunque egualmente composto – non è di claustrofobia, ma di rigenerazione.


Ocean Songs è uno dei capolavori del rock. I brani si susseguono in un clima di composta e rasserenata rassegnazione. Mai come adesso il senso del bello è dato dalla contemplazione. Rinunziando alla pura materia per affacciarsi in una prospettiva mentale che assume i contorni sfumati del vuoto. Ma mai come adesso il vuoto è ricerca del medesimo, un viaggio nei meandri della psiche con l’utilizzo della metafora dell’oceano.


Non più sibili cosmici a denunciare la fine del cosmo, come in tanta musica tedesca degli anni 70 , ma la ricerca di un silenzio immemore, nel quale si stagli una ricerca interiore di pace: la rassegnazione.


Authentic Celestial Music, in tal senso, costituisce la summa della loro arte. Dominata dal violino cresce in un’apoteosi di suoni, per poi quietarsi nella ricerca del vuoto. Altro brano cardine è Sirena, che lambisce il jazz e che coi suoi temi lenti e minimalisti è quantomai programmatico. Ma i capolavori non si contano. Restless Wave e Sky Below, con le loro continue impennate ritmiche, Deep Waters lunga onomatopeica digressione di puro rumore alternata a rabbiosi lied cameristici, il meraviglioso pianismo di Ends Of The Earth, le valide strumentali Black Tide e Backwards Voyager, la minimalista Last Horse on The Sand.


In Whatever You Love You Are, del 2000, spicca la strumentale Really Should've Gone Out Last Night, per la sua certosina strumentazione e la cura dei particolari. Il disegno, come di consueto, è unitario, con una frase musicale caratterizzata da una strumentazione basata sul violini, e il resto a fare da contrappunto o ad abbellire le trame. Some Summers They Drop Like Flies è Tom Waits stufo di cantare che inizia a suonare il violino e inneggia ad una marcia funebre. Some Things I Just Don't Want To Know è il più vicino, nella sua struttura evocativa, ad Ocean Songs, ma piuttosto che al mare inneggia al vuoto. La grandezza del suono di violino di Stellar fa sembrare dei tentativi le prime prove di Ellis a questo strumento, ma è soprattutto nell’elegiaca in Lullaby For Christie che le emozioni trapelano. Discorso a parte merita I Offered It Up To The Stars, fortemente influenzata dal minimalismo.


Lo stesso non si può certo dire del connubio coi Low che ha partorito, nel 2001, il mediocre In The Fishtank, nel quale il country rock di I Hear Goodnight non aggiunge niente alla loro produzione.


DISCOGRAFIA


Dirty Three (1993) ****


Horse Stories (1995) *** ½


Ocean Songs (1998) **** ½


Whatever You Love You Are (2000) ****


In The Fishtank (2001) **