recensioni


POPOL VUH


Il nome dei Popol Vuh, più di qualsiasi altro complesso, è indissolubilmente legato al titolo del loro capolavoro: Hosianna Mantra, del 1972.


Di tutti i complessi teutonici dei primi anni ’70, i Popol Vuh furono quelli meno votati all’elettronica. Il loro suono era quasi etereo e non denunciava le angoscie impressioniste post-atomiche, ma un’ascesi spirituale affatto peculiare.


Se il rock da loro predicato non si discostava poi tanto da quello di certa psichedelica o progressive-rock (a ben vedere ha non pochi punti in comune con Atom Heart Mother dei Pink Floyd ), ad un tempo, le innovazioni più interessanti (quali il recupero del canto gregoriano e di certi stilemi pianistici romantici), creavano una miscela d’indubbia originalità.


Hosianna Mantra, verrà pubblicato nel 1972, è, come detto, rinunciano all’uso dei sintetizzatori e degli strumenti elettronici, si presenterà, con gran speco di strumenti acustici, come una vera e propria messa, con tanto di ottoni e cori.


In questo quadro, oltre il brano omonimo, spiccano le suadenti ed estatiche Ah! e Kyrie, dominate dal pianismo e dai cori, con melodie nient’affatto enfatiche, funzionali al disegno complessivo: il recupero dell’immanente del celestiale quale risposta dell’angoscia esistenziale del moderno.


DISCOGRAFIA CONSIGLIATA


In Den garden Pharaos (1972) ****


· Hosianna Mantra (1972) *** ½



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