recensioni


PINK FLOYD


Quella dei Pink Floyd è la storia di una band che, per il vil denaro, ha sacrificato la creatività per una musica banale e scontata, piena di compiaciuta emotività. Il voltafaccia è stato micidiale. Dal geniale sound di The Piper At Gates Of Dawn, del 1967, dalla ribellione di Interstellar Overdrive e Astronomy Domine, brani geniali e ricchi di suspence, con una concezione strumentale lacerata e sofferta, con una fortissima carica sperimentale ed improvvisatoria, con testi di forma libera (e lisergica), si è passati, dopo una serie di album interlocutori, al trionfo della musica commerciale, con Dark Side Of The Moon , del 1973, uno dei dischi più sopravvalutati della storia del rock.


In verità, nella produzione del gruppo di Cambridge non sono mai mancate le belle canzoni, ma si trattava appunto di canzoni, di hits, che non aggiungevano nulla a quanto fosse stato espresso, negli anni ’60, daiBeatles o dai Rolling Stones .


Nel 1969, realizzavano lo sperimentale Ummagumma diviso in una parte registrata in studio, in verità non imprescindibile e in una parte live. Le parti live vivevano dello straordinario impatto sonoro dei brani degli inizi, soprattutto della maestosa A Saucerful Of Secrets e dell’inquietante Careful With That Axe, Eugene. La prima, tratta dall’album omonimo, è uno dei massimi capolavori della storia del rock e si caratterizza per lo straordinario finale di cori, che trasmette inquietudine e sofferenza. Di non meno pregio è la vagamente esotica Set The Control Of The Heart On The Sun, in verità un po’ monotona, ma di gran lunga superiore a certe nenie psichedeliche del periodo. L’inedita Careful With That Axe, Eugene è il capolavoro dei Pink Floyd. Una sua variante fu utilizzata per Zabrisky Point di Antonioni, ed accompagnava la fase terminale del film. Questo la dice lunga sulle doti evocative che i visionari Pink Floyd furono capaci di impronate agli inizi della loro carriera. Il brano è un lungo accavallarsi di accordi stralunati, con lenti cori che sembrano il canto di spiriti. Il brano è conteso fra i classicismi, il jazz e certo blues, ma non è niente di tutto questo. L’angoscia esistenziale traspare tutta nell’urlo che compendia tutto il brano e il divincolarsi atroce di accordi maestosi.


Atom Heart Mother , del 1970, appariva riprendere, ad un tempo, sia la musica classica, superando i tentativi dei quasi coevi Moody Blues, ma cadendo sovente in trappole banali, quali il blueseggiante assolo di Gilmour (del quale avremmo volentieri fatto a meno).


Meddle, del 1971, è la copia sbiadita del precedente. Il brano Echoes è noioso quanto lungo (23 minuti!): alle semplici melodie si affiancano dei giri di basso insopportabili. Accanto ad esso si pone ,One Of These Days, il primo vero e proprio brano commerciale dei Pink Floyd. Anche stavolta è il basso a tenere il ritmo forsennato. I Pink Floyd, da neoclassici divengono degli amanti della cadenza ritmica, quasi da discoteca.


Melodia e ritmo, dunque, la fanno da padrone. Nello sciagurato “capolavoro” Dark Side Of The Moon non c’è più scampo. Ai testi bucolici si affiancano delle musiche tutte pericolosamente simili tra loro, patinate e ricche di marcati compiacimenti estetizzanti. Il concept passa da brani banali come Money , con un assolo rubacchiato ai King Crimson , ad altri tremendamente melodici, come The Great Gig In The Sky. L’unico brano a salvarsi è forse Time, soprattutto grazie all’assolo di Gilmour, ma il pezzo si perde nel finale, con una conclusione quantomeno discutibile. Altri brani, come Brain Damage e Breathe sono solo dei riempitivi di scarso valore.


Il successivo Wish You Were Here , del 1975, è un po’ meglio riuscito. La title-track è una ballata folk per il grande pubblico, ma Welcome To The Machine è l’anello di congiunzione fra i Kraftwerk e Neu! con i Throbbing Gristle. Rumori da musica industriale ante-litteram, uniti ad una vena da fabbrica, con rumori concreti, da far impallidire i Pere Ubu e i Suicide . Per il resto, l’interminabile Shine On You Crazy Diamond, non è male, ma un po’ datata (secondo Barrett). L’andamento melodico di questa suite, unita ai contrappunti chitarristici di tutto rispetto, anche se un po’ troppo umorali, fanno di questo brano una delle perle della produzione floydiana. Come al solito, però esiste l’intoppo, costituito da un attacco blueseggiante, decisamente non al passo coi tempi.


Se Animals (1977) risulta essere il loro peggior disco, quello che segue, The Wall (1979), appare come l’ennesima opera di transizione, volta a metter tutti d’accordo. Dai ritmi funky (brutta copia dei Talking Heads ), a quelli da discomusic (bella copia dei Beegees), della trilogia di Another Brick In The Wall ; dalla tenue ballata (Comfortably Numb), alla musica orchestrata (Vera), in questo doppio album si sente un po’ di tutto. Il successo spasmodico sarà direttamente proporzionale alla convenzionalità dell’opera.


The Final Cut è il canto del cigno dell’opera dei Pink Floyd. Un disco quasi solista di Waters, una sorta di psicodramma in musica. Nonostante ciò, brani come Two Suns in The Sunset e The Gunners Dream risultano ottimi, non anche la title-track, sorta d’ingegneria pianofortistica priva di qualsiasi pulsione creativa.


I progetti solisti dei transfughi faranno scaturire alcuni dischi che potrebbero essere efficacemente compendiati in un colossale sbadiglio (About Face, The Pros And Cons, Wet Dream etc.)


Siccome le disgrazie non vengono mai da sole, i Pink Floyd, dopo interminabili beghe sull’utilizzo del marchio, si riuniranno per realizzare altri due dischi, rispettivamente nel 1987 e nel 1994, sulla falsariga dei successi degli anni ’70.


Il più azzeccato epitaffio della loro carriera può essere costituito da una frase di Gilmour: “forse non abbiamo più molto da dire”. Ammesso che l’abbiano mai avuto.


DISCOGRAFIA CONSIGLIATA


· The Piper At Gates Of Down (1967) ****


· A Saucerful Of Secrets (1968) ****


· Ummagumma (1969) ****


· Atom Hearth Mother (1970) *** 1/2


· Meddle (1971) **


· Dark Side Of The Moon (1973) ***


· Wish You Were Here (1975) ***


· Animals (1977) *


· The Wall (1979) ** ½


· The Final Cut (1983) ***


· A Momentary Lapse Of Reason (1987) ** ½


· The Division Bell (1994) *



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