recensioni


ATOM HEART MOTHER (1970)


Atom Heart Mother dei Pink Floyd vede la luce nel 1970 ed è il primo disco dei quattro di Cambridge a raggiungere la vetta delle classifiche inglesi.


L’album si presenta come una commistione fra la musica rock e quella classica e rappresenta l’opera più “alta” realizzata dal gruppo nell’arco della loro lunga carriera. Di fatto, è la più classica opera di compromesso, in buona parte autoindulgente, anche se, indiscutibilmente, può essere considerato il loro capolavoro.


Ripartendo dagli incerti tentatitivi dei Nice e dei Moody Blues, fondendo le partiture orchestrali (realizzate da Ron Geesin, che nonostante ciò non ebbe neppure una menzione in copertina), con una post-psichedelia più serena rispetto a quella dei dischi precedenti, i Pink Floyd realizzano il loro primo disco progressive.


I Pink Floyd erano, in fin dei conti, “quattro musicisti non troppo competenti, capaci di creare qualcosa di straordinario”. La loro cifra stilistica era costituita da grandi intuizioni, alternate con trovate da asilo, quasi bambinesche. Dopo la defezione di Barrett, in pochi erano pronti a scommettere sui quattro. Waters veniva considerato un pessimo bassista – è innegabile – ed un buon autore di testi, Wright l’unico capace di scrivere delle musiche decenti (in effetti era l’unico a sapere leggere la musica, gran parte dei meriti di questo disco spettano a lui).


Ma i Pink Floyd erano anche dei grandi visionari. Le loro intuizioni sono ancora oggi attuali, il loro suono è – forse – insuperabile. Quello che i Pink Floyd non erano era un gruppo con una concezione del mondo complessa. Da questo punto di vista i complessi della Kosmische Music – che, comunque, ad essi si erano ispirati – erano insuperabili.


Di qui l’erroneo epiteto di Wagneriani proposto per i Pink Floyd e per la musica di questo disco. Se proprio qualcosa difettava alla band era la tendenza a grandi costruzioni musicali – le jam free- form dei Can e degli Amon Duul II erano di un altro pianeta.


Atom Heart Mother – lungi dall’essere un complesso esperimento musicale – era, ad ogni modo, un saggio della loro visionarietà.


In copertina campeggia la celebre mucca, la lunga title-track occupa un’intera facciata, mentre, nella seconda, alcuni brani bucolici e post-psichedelici fanno la loro degna figura.


Atom Heart Mother– che Kubrick avrebbe voluto per la sua “Arancia meccanica” – ha inizio con una serie di suoni orchestrali, che precedono il lungo riff, che, in effetti, nel film di Kubrick non avrebbe sfigurato, avendo tutte le caratteristiche della colonna sonora. Struggente, ma non mellìflua, come in seguito sarebbe diventata la produzione floydiana, la frase musicale – colonna portante della suite – vine seguita da svariati minuti di calma straniante di cori, che in seguito si avviluppano ad un lungo (e deludentissimo) assolo di chitarra blueseggiante eseguito da Gilmour. All’assolo, di seguito, fanno da contrappunto una serie di bizzarri lirismi. Rumori di musica concreta completano la suite. L’impatto è notevole, ma risulta carente il significato.


If è un brano folk scritto da Waters, che realizza il miglior testo della sua carriera. Il tessuto stilistico è, in effetti, ancora acerbo, ma fra i solchi può leggersi una maturità insperata. Il testo ripete ossessivamente la parola If, giungendo ad un afflato poetico non indifferente in frasi come “ se fossi un uomo giusto/capirei la distanza che mi separa dai miei amici; se dovessi impazzire/vi prego, non attaccatemi i cavi alla testa).


Il brano più vicino al pop è Summer ’68 di Wright. La ripetizione ossessiva delle stesse frasi musicali e richiami a certa musica dei Beach Boys sembrano essere la caratteristica precipua di questo brano.


Fat Old Sun è la parentesi nazional-visionaria di Gilmour, che, comunque, dimostra la sua perizia chitarristica. Non anche l’abilità a scrivere i testi. Parole e musica lasciano molto a desiderare. Compositore scadente, paroliere ancora acerbo, dopo Ummagumma, in cui la sua Narrow Way si segnalava per pochezza compositiva, Gilmour continua a deludere.


Alan’s Psychedelic Breakfast conclude l’album. E’ una sperimentazione piuttosto ardita, contesa fra il grottesco e l’avanguardia, in cui i rumori di musica concreta mimano quelli della colazione mattutina. Al suo interno fraseggi di chitarra, ora classica, ora hawaiana, richiamano la Narrow Way del disco precedente, ma con risultati più espressivi.



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