recensioni


LOU REED, Transformer (1972)


Pubblicato nel 1972, Transformer, prodotto da David Bowie è uno degli album di culto degli anni ’70 e della musica glam in generale.


In verità, si tratta di un album melodico probabilmente sopravvalutato (cioè valutato oltre il proprio reale valore). Nella media del periodo, risente non poco dell’influsso di David Bowie e presenta un pugno di brani spiccatamente rock alla Velvet Underground più commerciali (Loaded) ed altri brani arrangiati ad arte, ma non particolarmente ricchi di trovate originali dal punto di vista compositivo.


Il chitarrismo di Vicious richiama alla mente i Velvet Underground di I’m Waiting For My Man, ma del manifesto art-rock non sono rimaste che le tracce. Le sferzate chitarristiche sono forse le stesse, ma oltre il nichilismo di fondo, l’arte per l’arte – la vera cifra stilistica dei Velvet Underground – è venuta meno.


Andy’s Chest è un breve componimento melodico, avvolgente e tenero, tipica elegia di Lou Reed al proprio mentore.


Il capolavoro melodico di Reed, Perfect Day si consuma in un affastellarsi di ghirigori pianistici e di archi di celestiale bellezza. Si contano ancora tracce di un’emotività appena celata e lo stesso canto non ha del tutto ceduto alla cadenza parlata che diventerà la cifra stilistica del Lou Reed solista. Anzi, in Perfect Day l’autocompiacimento del ritornello – tutto sommato arioso – è evidente.


Il rock and roll di Hangin’ ‘Round è l’epilessi codificata del Lou Reed proto-punk, ma anche proto-pop. Ormai l’autoindulgenza è diventata la regola, mentre I Heard Call My Name (della quale rifà il verso) è l’eccezione.


Quanto a Walk On The Wild Side, la regola è ormai stupire e trasgredire, mantenendo forse la scorza, quella meno artistica e meno interessante dei Velvet Underground, inserendola nei canali pop con l’andamento sincopato del basso e il pretesto di raccontare un’altra America (con tanto di cori e sax).


Make Up recupera originalità di vedute, con la ricchezza degli arrangiamenti e la melodia da vaudeville, facendo coppia, in tal senso, con il pianismo da conservatorio e i cori angelici di Satellite Of Love.


Wagon Wheel presenta riff chitarristici tipici del rock da strada tardo psichedelico, ma in seguito si acquieta in un intimistico monologo che è una delle cose migliori di tutto l’album, prima della bolgia finale che lo fa sembrare quasi un brano di rhythm and blues con vent’anni di ritardo.


New York Telephone Conversation che ha la stessa pregnanza di una filastrocca per bambini, anticipa il rock sfrenato di I’m So Free, ennesima rabbiosa trasposizione dei brani dei Velvet Underground alla Sweet Jane con l’aggiunta di strumenti elettrici e un’aumentata percussività.


Ritornano i ritornelli da vaudeville con l’arrangiamento del trombone nella conclusiva Goodnight Ladies, quasi un omaggio al cabaret mitteleuropeo anni ’20.