recensioni


WISH YOU WERE HERE (1975)


Il successo planetario di Dark Side Of The Moon mette in crisi i Pink Floyd che, incapaci di realizzare qualcosa di nuovo, riciclano idee già sentite, ma, paradossalmente, realizzano un album di gran lunga superiore al predecessore.


Wish You Were Here è un album concettuale sulla follia della società tecnologica che richiama, malinconicamente, la defezione dei Barrett dalla band. Ottimamente confezionato – pur essendo privo di qualsiasi pulsione sperimentale – mette d’accordo tutti, unendo pseudo musica classica (Shine On You Crazy Diamond ), folk (Wish You Were Here), musica proto-industriale ( Welcome To The Machine).


Al contrario della musiche, i testi, spesso melensi e malinconici, a livello di qualità non sono nemmeno paragonabili a quelli di Dark Side Of The Moon.


L’interminabile Shine On You Crazy Diamond apre e chiude l’album. Il brano fotografa nel migliore dei modi i Floyd e la crisi che attraversano. Non si comprende bene se si tratti di una suite – lo farebbe pensare la durata e l’arrangiamento pseudo orchestrale – o di una canzone – lo suggerirebbe il fatto che abbia un ritornello-killer. Ad ogni modo, un ottimo brano, non fosse per il testo patetico ( Come on you target for faraway laughter,/Come on you stranger,/you legend, you martyr, and shine!), per il ritornello e l’attacco blueseggiante, decisamente mediocre. Il brano si apre con una breve e malinconica frase musicale di Gilmour – decisamente ispirato – alla quale segue l’incedere tastieristico di Wright. Il brano si conclude con un ottimo assolo di sassofono. I Pink Floyd, lungi dal voler realizzare qualcosa di sperimentale, costruiscono musiche sempre meno elaborate, ma valorizzano appieno gli standard musicali dei loro componenti.


Welcome To The Machine. I Pink Floyd sono stati, alla fin dei conti, una band molto pubblicizzata e considerata ben oltre il proprio valore. I Re Mida del rock, qualsiasi cosa toccassero, si trasformava in oro, anche se, in realtà, sovente, i loro brani non aggiungevano nulla alla storia del rock. Tuttavia, talvolta, le loro capacità visionarie risultavano stupefacenti. Era successo con Atom Heart Mother , nel quale, a ben vedere, anticipavano talune intuizioni dei Faust, succede anche con questo brano, che, incredibilmente, anticipa la new wave e l’industrial music. Il testo è struggente, ma un po’ semplicistico (Welcome my son, welcome to the machine.Where have you been? It's alright we know where you've been), il canto è mellifluo, i rumori di sottofondo – pur anticipando l’industrial – hanno un che di commerciale e autoindulgente, richiamandosi troppo ai registratori di cassa di Money, nel disco precedente.


Have A Cigar, cantata da Roy Harper, riprende temi e idee già esplorati e non sembra aggiungere molto alla loro produzione.


Lo stesso discorso sembrerebbe essere valido per la title-track. Malinconica nel testo (So, so you think you can tell/Heaven from Hell,Blue skys from pain; How I wish, how I wish you were here), autoindulgente nella musica (gli accordi sono degni di un brano da classifica), questo folk-rock, lento e sinuoso, è il “brano” dei Pink Floyd. Osannato dal pubblico, questa canzone eleggerà i Floyd (e, soprattutto, Gilmour) a principi delle classifiche e della musica pensante, almeno da parte di chi non intendesse affaticarsi troppo a cercare vera sprimentazione e vera poesia.



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