recensioni


VAN DER GRAAF GENERATOR


I Van Der Graaf Generator sono stati, probabilmente, la massima band del rock progressive. Capitanati dal cantante Hammil (uno dei migliori di ogni tempo), con le loro visioni e le loro lunghe e struggenti suite hanno realizzato una serie di ottimi album, nei quali si mescolano taluni stilemi classici, con il jazz e certe altre istanze più leggere.


I primi lavori sono comunque incerti e confusionari, ma spiccano per certe ballad, a cavallo fra l’opera cantautorale e il sinfonismo. In The Least We Can Do Is Wave To Each Other, per esempio, Refugees contiene in nuce, tutte le istanze che faranno grande la band di Manchester nei lavori maggiori. Il brano è dominato dal pathos vocale di Hammil, ma si avvale anche di una strumentazione melodica d’eccezione, con i suoi sali-scendi strumentali, nei quali l’impatto sonoro è di straordinaria emozione. Per una volta, le istanze iper-sprimentali devono essere bandite perché ciò che i Van Der Graaf Genearator vogliono rappresentare è precisamente questo, e non servono coplicate alchimie strutturali per farlo.


Il primo disco veramente compiuto si registra nel 1970, con H To He Who Am The Only One, nel quale spicca il riff – truce e malefico – di Killer . I brani sono lunghi e articolati, i testi filosofici, sovente tormentati i tessuti ritmici. I Van Der Graaf Generator costruiscono brani ben diversi da quelli – tutto sommato patinati – dei Genesis e degli Yes . Appaiono invece più vicini ai King Crimson , ma se ne distaccano per un minor virtuosismo dei singoli e per il canto affatto peculiare di Hammil.


In verità, Killer è assolutamente imparentata con 21th Century Schizoid Man dei King Crimson, forte di un tessuto ritmico non troppo diverso e di certe aperture melodiche calibrate.


Il capolavoro assoluto della band arriva nel 1971 e ne costituisce anche il canto del cigno. Pawn Hearts presenta tre lunghe suite, articolate e dalla strumentazione assolutamente variegata. Man Erg, perennamente combattuta fra le sue fragili melodie e certe aperture strumentali, bizzarre e oniriche. Il canto di Hammil – di rara teatralità – è quantomai vario, passando dal falsetto all’urlato, il sound è combattuto fra il grottesco e il disperato.


La riunione dei Van Der Graaf Generator, avvenuta sul finire degli anni ’70, non basterà a rinverdire gli antichi fasti.


E’ difficile stabilire che cosa i Van Der Graaf Generator abbiano costituito per la storia del rock. Non meno facile è comprendere appieno la loro cifra stilistica e i non pochi tratti distintivi rispetto ad altre band del periodo.


Certo, condividevano coi Genesis e con gli Yes certi afflati melodici e squisitamente da conservatorio negli arrangiamenti e nei temi musicali. Al pari dei King Crimson la loro musica si situava però alla ricerca di lande inesplorate e di territori musicali affatto nuovi, segnatamente con un utilizzo innovativo dei fiati. Tuttavia, l’afflato melodico era imparentato, per il suo porsi in maniera quasi religiosa col krautrock ( Popol Vuh ), ma al suo interno pullulavano già certe devastazioni soniche in puro stile new wave. La completezza della band era indubbia, la sua cifra stilistica era costituita da una varietà di elementi che non trova molti esempi nella storia del rock.


DISCOGRAFIA CONSIGLIATA


The Least We Can Do Is Wave To Each Other (1970) *** 1/2


H To He Who Am The Only One (1970) *** 1/2


Pawn Hearts (1971) ****



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