recensioni


VAMPIRE RODENTS


I Vampire Rodents sono la band canadese che ha saputo creare commistioni fra l’avanguardia, la musica classica, la musica dance l’ambient e l’industrial.


I loro brani sono variegate commistioni di avanguardia free-form, fantasie lisergiche, composte composizioni classicheggianti, improvvisazioni, campionamenti, suoni concreti, nei quali la natura cerca d’imporsi sulla metropoli e viceversa.


Le complesse partiture della band, quindi, sono la conseguenza delle variegate esperienze musicali che s’intendono sintetizzare in questa inclassificabile musica. Pertanto, ogni disco dei Vampire Rodents fa storia a se e ogni brano dei Vampire Rodents conserva una propria originalità e peculiarità.


Premonition, del 1992, è il loro manifesto programmatico. Babelchop e Ovulation coi loro feroci poliritmi sono solo la punta dell’iceberg. Babyface, Vulvasaurus e Ovulation rappresentano i prodromi della loro arte spasmodica in tema di collage. Monkeypump anticipa di quasi dieci anni la jungle-music.


Accanto a questi brani che scontano ancora qualcosa di acerbo, spicca Burial At Sea, melodica, ma continuamente intervallata da terribili spasmi - shock terapeutici? – alla Foetus, con toni da kolossal storico. L’influenza dell’australiano non è meno netta in Recoil. Dresden ha un’introduzione di violino, il canto fa capolino, piuttosto ambiguo, per poi sembrare una sorta di recitato fra rumori di sottofondo. La ritmica è impeccabile, ma nel frangente in cui prende velocità, il sound diventa sempre più variegato, in perenne contesa fra il giocoso e il disperato. Dante’s Shroud è un tripudio di suoni artificiali, volti ad evocare una sorta di jungla artificiale.


I capolavori devono però essere cercati altrove. In Annexation, a cavallo fra il thriller e la new age e in Colonies, al confine fra l’ambient e la classica, quasi alla pari con l’”epica” Tenochtitlan. Altri capolavoro sono Sitio, versione industrial della musica sinfonica e viaggio nel centro della mente. Su questa falsariga implode Apparition.


Nel citare i Pere Ubu più astratti Deicide e Infection creano di fatto un genere nuovo che verrà ampiamente esplorato nel disco successivo. Sembrerebbe la band di Cleveland la principale ispiratrice della sonata Rodentia Ostinati I & III, laddove Waterhead rapresenta la vera cifra stilistica della band canadese: un frenetismo vertiginoso che potrebbe richiamare alla mente l’atto supremo della creazione (caos + vertigini = creazione). D’altra parte, la versione thriller di Demon Est Deus Inversus fa supporre che il programma dei Vampire Rodents sia ancora allo stato embrionale.


Da molti ritenuto il loro capolavoro, Lullaby Land, del 1993, offre, nei suoi 21 brani, un inusitato campionario di eventi musicali. Superati quasi del tutto tanto l’industrial quanto il sinfonismo, i canadesi inventano una sintesi epocale delle più diverse esperienze musicali. Così, in Catacomb, forse il capolavoro nel capolavoro, ritmi dance e battiti ancestrali (diatriba fra antico e moderno, fra mutevole e perenne) si sposano con il canto assente, ancor prima che una mostruosa esplosione di ritmi riecheggi una danza post-moderna, crocicchi e frammenti di violini, di chitarre elettriche si perdano nell’aria sfumata di un disastro. Che i timori dei Pere Ubu o dei Chrome fossero fondati lo dimostra questo brano mostre, incatalogabile campionario di musiche, disumana percezione del post-moderno, decostruzioni senza redenzioni di tutti i conati avanguardistici di sempre.


In Dogchild, l’afflato jazzistico si fa strada fra lo sfacelo delle dissonanze, tanto da ricordare Foetus di Hole, quando non persino il Frank Zappa di Freak Out!, mentre in Bosch Erotique i richiami a Captain Beefheart di Pena all’interno di un concerto di dissonanze, di strali avanguardistici e di rumori concreti si fanno sempre più evidenti.


Grace e Trilobite sono fatte di voci fuori campo, orchestrazioni, per poi esplodere in un hard-rock devoluto, doppiato da ritmi metallici. In pochi secondi si sente di tutto (epitome del caos metropolitano). Toten Faschist è costruito intorno ad una reiterazione elettrica, intorno alla quale fanno capolino venature quasi dotate di un’intelligenza propria che cambiano di continuo, alternandosi fra l’heavy metal e la classica. D’improvviso il ritmo impenna, prende velocità, perde senso e si insinua in un nugolo di distorsioni. A questo brano potrebbe essere avvicinata Crib Death , forsennata piece strapiena di cambi di tempo, orchestrazioni classicheggianti, stacchi di music-hall. Il canto larvato è parente prossimo di quello di Foetus. Exuviate ha il valore aggiunto del miglior sottofondo di violini che si possa immaginare.


La title-track è condotta da un battito quasi tribale, danse macabre del nuovo millennio, sin troppo imparentata con Foetus per non risultare compilativa, laddove in Passage le percussioni fanno capolino in un paesaggio estremamente degradato (un minimalismo forse lontano parente di Brian Eno). Glow–Worm lambisce persino il dark , prima di propendere in un’orgia di suoni e tessuti sonori piuttosto articolati.


Per certi versi l’episodio più musicale è dato da Raga Rodentia, sorta di Third Ear Band del tremila, una world-music misteriosa e arcana. Gargoyles è iperitmata e amorfa, qualcosa di più dell’industrial, qualcosa di meno dell’avanguardia.


Completano l’album Cartouche, tripudio di percussioni (sino a far perdere il senso dell’orientamento), le feroci distorsioni e i cambi di ritmo di Dervish e Scavenger, le reiterazioni e non-sense di Tremulous, di Hubba-Hubba e di Nosedive.


Se Premonition aveva ricostruito il concetto di sinfonismo (completando definitivamente tanto il programma di Klaus Schulze, quanto quello di Brain Eno, Lullaby Land ha aggiornato la musica dei Residents alla zeitgeist degli anni ’90, Clockseed, del 1995, nel quale si avvalgono della collaborazione di numerosi musicisti, punta sul grottesco ancor più che sull’ipnotico o sullo shock terapeutico. Brillano le escursioni techno di Dowager's Egg, che alterna il giocoso col terrificante, mentre Low Orbit recupera non poco la melodia e sembra quasi uno scherzo rispetto ai terremoti sonici di prima. Skin Walker sembra un tentativo piuttosto incerto di sperimentazione fra il sinfonico e la dance, così come Downwind alterna suoni della natura, fiati e un ritmo incessante. Mother Tongue sembra voler rinverdire le imprese industrial di qualche tempo fa, (con finale di chitarra heavy). Decisamente manierata Helkopause che strizza quasi l’occhio ale classifiche.


DISCOGRAFIA


Premonition (1992) * * * *


Lullaby Land (1993) * * * * ½


Clockseed (1995) * * *


Gravity’s Rim (1996) * * *