recensioni


REM


I REM sono stati uno dei complessi più sopravvalutati della storia del rock. Nella loro produzione è pressoché impossibile trovare qualcosa di originale, che non sia una mera rilettura di qualche complesso o artista che li abbia preceduti. Come parziale attenuante di questo fatto, tuttavia, occorre sottolineare che questa sia stata una costante degli anni ottanta-novanta.


I REM provenivano dalla Georgia e, sin dal principio, hanno prodotto una musica che sembrava riprendere la new wave – banalizzandola – il punk inglese e certa musica country. Fondendo questi tre stilemi musicali i quattro intendevano creare qualcosa di originale, ma, di fatto, erano riusciti a realizzare una musica sufficientemente stupida per ammaliare i pseudo intellettuali universitari dei college americani.


Nella musica dei REM tutto ciò che ricordasse la distorsione o la dissonanza della new wave divengono un marchio di fabbrica adatto alla musica commerciale e da classifica, mentre le partiture acquistano una banalità imbarazzante ripetendo, di fatto, le stesse (facili) frasi musicali all’infinito. Ma se questo nella new wave sembrava essere un geniale esperimento (per esempio nei Television ) di musica d’avanguardia, finalizzato a creare un ponte fra il free jazz e i Velvet Underground , nei REM assume dei connotati commerciali, che, con l’arte, avevano veramente poco da spartire.


Nei loro primi lavori, agli inizi degli anni ’80, questa tendenza, per quanto forte, non sembrava rappresentarne la cifra stilistica. In brani come Radio Free Europe , si osservano ancora partiture accettabili e melodie provviste di una qualche consistenza, ma la carriera dei quattro sarà tutta in discesa.


Con l’andar del tempo, il crescente seguito trasformerà questo complesso in una band di musica di consumo, che, negli anni ’80, li porterà a diventare campioni delle vendite, con album sopravvalutati come Out Of Time, del 1991.


Out OF Time, per i REM, è stato ciò che Dark Side Of The Moon era stato, nel 1973, per i Pink Floyd , cioè l’album dell’affermazione commerciale, nonché quello che abbia dimostrato al meglio la loro metamorfosi in band di successo. In Out Of Time, tutte le (scarse) idee che i REM avessero avuto negli anni ’80 divengono modelli stereotipati, a cominciare dalla voce di Stipe, per non parlare del chitarrismo in finto stile new wave . Inoltre, deve registrarsi una pericolosa pochezza compositiva. Come in Dark Side Of The Moon, i brani sono tutti pericolosamente simili fra loro, sovente monocorde, patinati e ripetitivi. I REM ripetono quattro volte lo stesso ritornello, rispetto alla musica commerciale nel vero senso del termine non c’è alcuna differenza.


Losing My Religion è l’inno generazionale per eccellenza, forte di un misticismo venato di malinconia. In fin dei conti, un brano banalissimo ricco di trovate da quattro soldi, a cavallo fra il country-folk e la musica d’autore. Stipe coi suoi testi osa andare oltre, scrivendo in maniera ermetica di religione, follia, catastrofi (Radio Song ). I REM –decisamente –studiano da Pink Floyd anche nel voler entrare nell’immaginario collettivo quali creatori di “cibo per le menti”. Dal punto di vista musicale, si segnalano, per la loro pochezza, la strumentale End Of Game , una nenia che non fa altro che ripetere gli stessi fraseggi, e Country Feedback , che forse vorrebbe essere la chiave di lettura di tutta la produzione dei REM. Un brano che mescola musica country con i feedback alla Velvet Underground, ma con un’autoindulgenza di fondo addirittura irritante. In compenso, il testo di Stipe –ermetico e suadente – è una delle poche cose da salvare di questo disco. Un altro “inno” è Shine Happy People , brano ripetitivo e astuto. Non mancano, tuttavia, buoni brani come la malinconica Low , mentre Me In Money non sembra che un riempitivo di scarso valore.


I REM sono ormai una band di successo. Riescono a spuntare contratti onerosissimi, e qualsiasi cosa tocchino si trasforma in oro. L’album Automatic World From The People, da molti ritenuto il loro capolavoro, tratta del suicidio e della morte e regala ai loro fans nuovi inni generazionali.


Per quanto il livello dei loro dischi non cambi, i successivi Monster, New Adventures In Hi-fi, non sembrano aggiungere nulla alla loro – già precaria – produzione. Ormai a cadenza biennale i loro dischi sono solo dei campioni d’incasso e d’ipocrisia, quasi a voler confermare come il rock sia un’arte minore, prostrata ai desideri della case discografiche, sempre pronta a sfornare best-sellers per accontentare i gusti vieppiù meno raffinati dei giovani, ed allontanarli –si spera non irrimediabilmente – da autori capaci di esprimere veri linguaggi musicali.


DISCOGRAFIA


· Murmur (1983) ** ½


· Document (1988) **


· Green (1990) ***


· Out Of Time (1991) *


· Automatic World From The People (1992) * ½



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