recensioni


RED TEMPLE SPIRITS


I Red Temple Spirits hanno fatto da ponte fra la psichedelia dei primi Pink Floyd, il post-punk dei Joy Division e le istanze avanguardistici di alcuni grandi dei 90, Roy Montgomery e forse i Black Tape For A Blue Girl.


I Red Temple Spirits vengono inoltre inseriti fra gli esponenti della trance californiana, che ha avuto fra i suoi capostipiti i Savage Republic.


In verità il loro capolavoro, Dancing To Restore An Eclipsed Moon, del 1988, in cinquecento copie, è anche opera antropologica, gotica, ma affatto accessibile. Fondendo il sound dei Joy Division con le timbriche dei Pink Floyd, i Red Temple Spirits hanno realizzato un prezioso affresco di armonie dilatate e pretenziose, rinunciando quasi del tutto alla cerebralità e all’irruenza che iniziavano ad affacciarsi in quegli anni.


Dark Spirits fonde il synth e la new wave, con un tocco dei rimbombi di basso tipici della band di Ian Curtis. Inquietante sin dal cantato cavernoso, è invero un flusso di coscienza rabbioso di un dark aggiornato alla zeitgeist di fine anni ’80. E’ il brano meno dilatato, probabilmente l’unico veramente imprescindibile di questo album.


Altro brano notevole è Liquid Temple, introdotto da riff lentissimi, per poi propendere per una voce lamentosa. La carica, niente affatto detonante è piuttosto implosiva, richiama alla mente tanto i cerimoniali esoterici dei Doors, quanto la Set The Control Of The Heart In The Sun dei Pink Floyd, in una strumentazione alla Cure.


Quanto la band ammirasse i Pink Floyd lo testimonia non solo la cover di Nile Song, ma anche la lunga Light Of The Christ, che vorrebbe essere la loro A Saucerful Secrets. Il brano ha inizio con misteriosi anatemi, per poi progredire in una struttura tutto sommato scontata, ma comunque affascinante. Una macrostruttura alla Joy division diviene così il pretesto per la lunga digressione strumentale che compendia l’opera.


L’influenza dei Joy Division si fa più evidente in Bear Cave. Ma questo brano è qualcosa di più di un cantato decisamente mutuato da Ian Curtis. Infatti, fa capolino un sax ben più che atmosferico o mero riempitivo, ma autentico protagonista nel suo suono distorto. La lied assume così i connotati di una nenia mediorientale, degna di stare a fianco della Set The Control Of The Heart In The Sun dei Pink Floyd, quantomeno negli intenti.


Rumori concreti e sibili assortiti fungono da intro per Dreamings Ending, piuttosto stereotipata da par suo, fonde gli stilemi dei Pink Floyd versione space-rock con i Joy Division più seporcrali di Interzone. Il boogie frenetico si arresta peraltro in un elegante frase di piano rock and roll piuttosto datato, che farebbe pensare ad una band di revival.


Lost In Dreaming, catacombale più che mai, funge da sintesi per le trovate di tutto l’album. Il basso pulsante, la chitarra tagliente, il gotico affatto stereotipato sono la rappresentazione di ciò che la chitarra disegna nei suoi eleganti svolazzi, uguali e diversi ad un tempo.


Le similitudini fra la band e quella dei Joy Division non si fermano certo a questo. La capacità di sposare il facile con il difficile si rende così evidente nel brano di apertura, Exorcism. Anticipato da strutture assai vicine a quelle dei Pink Floyd di Set The Control Of The Heart In The Sun, indugia in note lunghissime e distorsioni quasi industriali, lascito forse dei Savane Republic. Il brano impiega molto a prendere forma, ma è forse quello in cui la fantasia armonica è più interessante. La batteria domina così la costruzione, mentre le chitarre sembrano stentare a prendere forma. Il canto tipicamente new wave completa la fuga dalla psichedelia.


Opera di compromesso forse, di mediazione, Dancing è comunque innovativa. Non un revival, ma un connubio fra band piuttosto importanti, una fusione di dark e psichedelia che non farà tuttavia molti proseliti.


Where Merlin Played ha inizio con una figura elementare di basso, doppiata da un senso esotico, quasi dub. E’ una intro piuttosto esistenzialista, e lo conferma la voce del leader, che emana un umile senso di sconfitta. Il ritmo si fa marziale e il ritornello quasi arioso crea una qualche parentela con la new wave e col synth. Non avara, invero, di aperture melodiche, questa musica assegna così a questo brano il compito di rendere più umano il sound della band.


In Moonlight, la più elettrica, il clima claustrofobico cede il passo a manierismi piuttosto metropolitani.


DISCOGRAFIA


Dancing To Restore An Eclipsed Moon (1988) ****