recensioni


NICO


Artista fra le più influenti del rock, Christa Paeffgen, in arte Nico, abbandonati i Velvet Underground si dedicò ad una carriera solista di eccellente livello, anticipatrice del dark, della musica gotica, ma anche delle più tremende e apocalittiche saghe del punk. In verità, le band e gli autori influenzati dal sound austero e recitato, ossianico e suadente di Nico non si contano. Forse solo i Velvet Underground (e soprattutto il loro primo capolavoro ) riuscirono ad avere tanti proseliti.


Subito dopo aver licenziato questo album, i rapporti con le altre menti del gruppo si mettono male, e Nico, protetta dal solo Andy Warhol, partecipa alla colonna sonora Chelsea Girl, nella quale spicca la title-track (litania da cimitero con spreco di partiture classicheggianti).


Marble Index, dell’anno dopo, è forse il capolavoro. Album fortemente sperimentale, quasi privo di percussioni, claustrofobico, minimalista (composto da John Cale), col valore aggiunto della voce di Nico, a metà strada fra il recitato e il tragico.


In Facing The Wind la pura avanguardia (anticipa le sarabande musicali dei Pere Ubu), si sposa con certe trovate surreali, con il sound in puro stile Cale mai così angosciante. Qualche parentela con Venus In Furs potrebbe essere riscontrata, ma ciò che caratterizza il brano è il suo muoversi su due (o addirittura tre) livelli. C’è l’impatto monotono, minimale, straniante, acidulo di Cale, ci sono le trovate surreali di Nico a stridere sino a far perdere il contatto.


Julius Caesar contrappone il consueto canto sillabato, con la più geniale composizione astratta che il rock ricordi; Ari’s Song ne è la copia (apparentemente) più composta: nelle sue note interminabili si nasconda una sofferenza diversa, ma non inferiore. E’ uno dei brani prodromici del gothic e del dark.


Lawns Of Dawn è una cervellotica composizione da camera, con il canto che costituisce il contrappunto di quella stessa musica, ad un tempo, calcolate e casuale. Nibelungen ha l’aspetto solenne della saga, come No One Is There, dominata dal violino orientaleggiante.


Più melodico, Desert Shore, del 1970, aumenta, se è possibile, la carica gotica del disco precedente. Ne è un esempio lampante il capolavoro Janitor Of Lunacy, scandito dalle note dell’organo di chiesa. The Falconer si muove pressappoco sulla stessa falsariga, con la più eclettica figura classicheggiante del piano di Cale. My Only Child e Le Petit Chevalier si propongono piuttosto come scherzi d’autore, mentre in Abscheid e soprattutto in Afraid (uno dei massimi brani dell’intera storia del rock) si sublima l’estro elegiaco dell’autrice. Come del resto nelle conclusive Mutterlein e All That Is My Own, sospese fra cielo e terra, fra vittoria e sconfitta.


DISCOGRAFIA


· Chelsea Girl (1967) ***


· Marble Index (1968) *** 1/2


· Desert Shore (1970) *** 1/2