recensioni


GRATEFUL DEAD


I Grateful Dead sono stati i padri dell’acid-rock. Dalle loro visioni si è in seguito generata la musica psichedelica.


La loro cifra stilistica era costituita dalle lunghe digressioni strumentali – lunghe quanto coinvolgenti – che, in seguito sarebbero state riprese da molti complessi tedeschi ( Can ).


Tale edificio viene compiuto in Anthem Of The Sun, del 1968, che presenta solo brani lunghi, articolati ed improvvisati, mentre il successivo Aoxomoxoa appare più rilassato e vicino al country. Il brano St. Stephen farà non pochi epigoni con il suo ritmo e il suo riff, per poi quiestarsi in un più delicato solfeggio, prima de un infuocato assolo finale.


Live Dead, del 1969, è un live che dimostra la perizia tecnica e visionaria dei componenti.


La lunga, onirica Dark Star è una delle massime composizioni di tutta la storia del rock. Il complesso realizza una serie di improvvisazioni, il corrispondente delle jam session del jazz, nelle quali uno strumento guida inizia una profonda prolusione, alternandosi con gli altri, in intermittenti deliri colloquiali.


L’importanza di questo brano è pressoché incalcolabile. Grandi esponenti del krautrock ( Amon Duul II , Can, Faust ) ed altri esponenti della psichedelia ( Pink Floyd), hanno attinto a questa suite seminale.


Profonda è stato comunque la differenza fra i Grateful Dead ed altri complessi del periodo. I Grateful Dead non seguivano esattamente visioni e la loro musica non era soltanto lisergica. Quella dei Pink Floyd era ben più lacerata e assai meno avvolgente. I Can, nonostante tutto, più che ad una strumentazione intesa in nel senso dei Grateful Dead, sembravano propensi per una musica dominata dalle percussioni. Nei Faust, invece, le aperture strumentali erano solo il pretesto per altri deliri niente affatto contingenti. Nel caso degli Amon Duul II, infine, il tutto sembrava ripiegare verso il contingente, espresso in un sostrato etnico, via d’uscita verso le asperità del moderno.


Può sembrare paradossale, ma forse, a livello musicale, il complesso che più si sia avvicinato ai Grateful Dead sono forse stati i Genesis perché, in comune con gli inglesi c’era non tanto l’improvvisazione, ma la tendenza a comporre tenedo uno strumento guida, dal quale s’irradiavano gli altri, in un moto continuo. Con ciò non si vuole affermare che nella produzione dei Grateful Dead mancasse l’unione fra significante e significato e che la loro musica fosse asservita semplicemente a risultati puramente estetici o finanche edonistici, ma che le loro composizioni, nella loro delirante realtà erano pure prospettive mentali, avvicinabili forse ai vortici metafisici di certo free-jazz (John Coltrane).


The Eleven è forse il brano che abbia fatto più proseliti. Un boogie strumentale, con la chitarra a dominare con frasi improvvisate, che si aggrovigliano senza soluzione di continuità, sino a scomparire e rinascere in altra forma.


Turn On Your Love Light, è quella più ripresa dal blues, con un’importante figura percussiva, ma risulta, in ultima analisi, piuttosto scontata e sin troppo accessibile, imparentata come è con i Doors .


Death Don't Have No Mercy, si segnala per le sue note e il suo canto struggente, mentre Feedback è un brano sperimentale di grandissima rilevanza e sarà fonte d’ispirazione per il sound di molti complessi quali i Television e i Dream Syndicate. Si tratta di un brano cacofonico e distorto, estremo nella sua concezione e in palese controtendenza con il resto della produzione della band.


DISCOGRAFIA


· Aoxomoxoa (1969) *** ½


· Live Dead (1968) ****



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