recensioni


DOORS


Fra i pionieri della musica psichedelica americana (acid-rock), i Doors, da Los Angeles, giunsero ad una interpretazione variegata (ma un po’ banale) di questo genere.


Ci si chiede, infatti, quanta sia stata l’importanza del front-man Morrison nell’economia del gruppo. Un mero imbonitore di folle o il suo valore aggiunto?


Il resto della compagine era di tutto rispetto. Abili e navigati musicisti, ognuno dei quali incarnava un ruolo a suo modo decisivo nell’economia del gruppo.


Ma la struggente poesia di Morrison era una scena che acuiva i tentativi di fondere miriadi di generi o soltanto una provocazione nei termini? Questa è la chiave di lettura di tutto il complesso e di tutta la loro produzione. Il resto era soltanto un blues-rock fatto ad arte, con accenni jazzistici e, talvolta, finanche esotici.


Ma i capolavori sono ben altra cosa. In tutti i loro lavori, con tutta la buona volontà possibile, l’autoindulgenza di fondo che li domina non può non far pensare ad una band che, pur avendo realizzato buona musica, è stata comunque sopravvalutata.


La loro discografia si compone di pochi ma siginificativi dischi. The Doors, del 1967, annovera hits del calibro di Light My Fire (con straordinaria performance di Manzarek) e Break On Through , che, in una certa misura, può essere considerato un brano proto-punk. Il vero capolavoro dell’album è The End, un’orgia sonora, uno dei primi brani di art-rock (i coevi Velvet Underground ne realizzavano una miriade, con una naturalezza infinitamente superiore). Strange Days conserva, più o meno, lo stesso impianto sonoro, ma i successivi lavori appariranno molto più deludenti e meno ispirati.


DISCOGRAFIA


The Doors (1967) ***


Strange Days (1968) ** ½