recensioni


TIM BUCKLEY


Dalle prime opere basate su un folk dylaniano, passando per le pulsioni cameristiche, per giungere ad un folk-jazz dissonante, Tim Buckley, in pochi anni ha realizzato un’impressionante serie di capolavori.


Artista di difficile catalogazione, introverso come la sua musica, capace di impennate vocali senza pari, Buckley realizza il suo primo lavoro significativo nell’anno di grazia 1967. Goodbye And Hello si distinguee per il sound mediovaleggiante, talvolta manierato, per gli strali dylianiani, alternati alla introversione di un Cohen. Così, Carnival Song ricorda certe sagre di paese, Pleasant Street e Once i Was si dipanano per lunghi minuti con impennate strumentali e vocali imperiose, Hallucinations gioca fra il country e il jazz, con toni quantomai tenebrosi. Più vicina alla terra sono I Never Asked To Be A Mountain e Morning Glory, con voce declamante, ormai in pieno clima cantautorale. Altro vertice è Phantasmagoria In Two.


Se Goodbye And Hello è ancora disco di transizione, Happy Sad si afferma come capolavoro assoluto. In nome del jazz, Buckley realizza delle composizioni cameristiche, ancora non del tutto asservite alla dissonanze, odi al silenzio, prolusioni non spaziali, ma terrene.


Se Buzzing Fly e Strange Feeling possono ancora avvicinarsi al soul, Gypsy Woman è una babele di lingue e di linguaggi musicali di tutto il mondo e di tutti i tempi. Ma è ancora niente al confronto della due lunghe composizioni di Buckley: Love At Room 109 At The Islander, indescrivibile poema sonoro, dominato da continui saliscendi strumentali e Dream Letter sospesa nel vuoto.


Ma l’evoluzione musicale di Buckley è evidente, come la necessità di un passaggio da questa “autoanalisi” – tutto sommato sterile – ad un’altra, più rabbiosa, in senso lato più dadaistica, come se dopo aver tentato tutto, non si abbia più niente da perdere e ci si possa abbandonare agli istinti più primordiali.


Dopo l’interlocutorio Blue Afternoon, del 1969, con Blue Melody, il soul vagamente jazzato e cantautorale di Cafè e Train, Lorca, dell’anno dopo, è forse il più intransigente, amelodico, dissonante album d’ogni tempo, percorso da una febbre di “vendetta” musicale che non risparmia niente e nessuno, spingendosi verso il baratro di Lorca lunga e straniante, pesante ossessiva atmosfera, doppiata da Drifting, ancora più assente come il contorno di un fantasma. La sola I Had A Talk With My Woman sembra recuperare un minimo di brio. Ma è abbandono totale, disperazione, solitudine, il sentimento che incute Lorca, è un treno deragliate, l’approdo ad una spiaggia deserta, la coscienza della fine.


Se Lorca è la morte, Starsailor è, in senso molto lato, la resurrezione, e lo è attraverso le mille pulsioni erotiche che irradia. Come se dopo la fine tutto fosse permesso. I vocalizzi sono ormai all’eccesso, la voce si libra come in una jungla artficiale, attorno al calpestìo molesto di strumenti dissonanti. Spiccano comunque le declamazioni di Jungle Fire, il jazz sopraffino di Monterey e Come Here Woman, di The Healing Festival e di Down By The Borderline, accanto alle cameristiche, più vicine alla psichedelia che al jazz Song To The Siren e I Woke Up, allo scherzo d’autore di Moulin Rouge, alle sperimentazioni ardite della title-track. E’ l’album più jazz di Buckley, recensito a pieni voti dalle riviste specializzate. E’ caos e perfezione, come aveva profetizzato. E’ il suo canto del cigno.


DISCOGRAFIA


¨ Goodbye And Hello (1967) ****


¨ Happy Sad (1968) *****


¨ Blue Afternoon (1969) *** ½


¨ Lorca (1970) *****


¨ Starsailor (1970) *****



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